Contare le stelle
Per siciliani e abruzzesi chi contava le stelle toccandosi le mani rischiava di vedersi spuntare i porri. A Siculiana, però, la sera di Pasqua le stelle si contavano apposta, per prevedere il raccolto del grano.
Che cosa può significare
Ai bambini siciliani e abruzzesi si diceva di non contare le stelle: chi lo faceva, toccandosi distrattamente le dita, se ne sarebbe pentito vedendosi spuntare i porri. Eppure contadini e marinai le guardavano ogni notte, e per farlo non avevano bisogno di contarle. In Sicilia leggevano l’ora dalla posizione della «puddàra», le Pleiadi, e del «trialì», tre stelle in fila, e un proverbio legava la puddàra al calendario di novembre. Le stelle si osservavano per sapere a che punto fosse la notte, non quante fossero. Un cielo pieno, lontano dalle luci della città, mostra quanto poco serva il numero per orientarsi.
A seconda di come l’hai visto
Con un bambino, in una notte d’estate
Contare le stelle è uno dei primi giochi impossibili dei bambini. In Sicilia, per poterlo fare senza rischi, i ragazzi ripetevano «Stidda ddà, purrettu ccà», la stella là, il porro qua, come una formula di protezione.
La sera di Pasqua
A Siculiana, per sapere quanti covoni avrebbe dato la mietitura, la sera di Pasqua si contavano le stelle, e dal loro numero si traeva il pronostico del raccolto.
Le Pleiadi d’inverno
Le Pleiadi, che in Sicilia si chiamavano «puddàra», sono un gruppetto di stelle ben visibile nelle notti d’inverno. Un proverbio siciliano ricordava che il 25 novembre, festa di Santa Caterina, al mattino la puddàra era già vicina al tramonto: un orologio e un calendario insieme.
Quelle che spariscono se le fissi
Contarle è impossibile anche per un altro motivo: le stelle più deboli si vedono solo guardando un po’ di lato, e scompaiono appena le si fissa. Ogni volta che lo sguardo si sposta, il conto ricomincia.
Perché succede in natura
A occhio nudo, in un cielo davvero buio, si possono distinguere alcune migliaia di stelle; in città, a causa della luce artificiale, poche decine. Le stelle più deboli si vedono meglio con la coda dell’occhio, perché ai lati della retina sono più numerose le cellule sensibili alla luce scarsa, i bastoncelli.
Che cosa dicono le credenze popolari
Sicilia
In Sicilia si credeva che guardando e contando la puddàra, cioè le Pleiadi, o le stelle in generale, e toccandosi senza volerlo le dita, venissero i porri alle mani; per evitarlo i ragazzi ripetevano «Stidda ddà, purrettu ccà».
Fonte: Giuseppe Pitrè, Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, vol. III (1889), p. 5. Vedi la pagina
Ortona e Sulmona (Abruzzo)
A Ortona e a Sulmona si diceva che, se si contavano le stelle e nello stesso tempo ci si pizzicava le mani qua e là, in quei punti sarebbero venuti i porri.
Fonte: Gennaro Finamore, Tradizioni popolari abruzzesi, vol. II (1894), p. 192. Vedi la pagina
Siculiana (Sicilia)
A Siculiana, la sera di Pasqua, si contavano le stelle per sapere quanti covoni si sarebbero fatti alla mietitura: dal loro numero si traeva il pronostico.
Fonte: Giuseppe Pitrè, Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, vol. III (1889), p. 102. Vedi la pagina
Sicilia
In Sicilia contadini e marinai ricavavano l’ora approssimativa della notte dalla posizione della puddàra e del «trialì», tre stelle in fila; un proverbio diceva che a Santa Caterina, il 25 novembre, al mattino la puddàra era già vicina al tramonto.
Fonte: Giuseppe Pitrè, Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, vol. III (1889), p. 6. Vedi la pagina
Per riflettere
Che cosa misuri contando, che capiresti meglio osservando come cambia?