Sposarsi a maggio
In Romagna si escludeva maggio dalle nozze perché si credeva che gli sposi di quel mese diventassero pazzi, a Caluso lo si riteneva nefasto, a Isnello portava malanni. Nelle Marche si diceva: di maggio ragliano gli asini.
Che cosa può significare
Le credenze sulle nozze di maggio sono molte e quasi tutte nere, ma Spadoni, raccontando le campagne marchigiane, aggiunge un dettaglio pratico: i contadini si sposavano per lo più in ottobre, dopo la mietitura e la vendemmia e prima della semina, anche per poter contare sul lavoro della sposa. Maggio, invece, era pieno di fatiche nei campi. Il proverbio sugli asini che ragliano dava un vestito comico a una scelta di calendario. Non è un caso isolato: a volte una regola solenne nasconde una ragione molto pratica.
A seconda di come l’hai visto
Fissare la data in primavera
Oggi la vecchia diffidenza per maggio è quasi dimenticata, complici le giornate lunghe e il clima mite. Nella Romagna del primo Ottocento, invece, nel fissare il matrimonio lo si escludeva del tutto: si diceva che gli sposi di maggio diventassero pazzi.
La sposa di maggio e d’agosto
A Palermo si ripeteva che la sposa di agosto o di maggio non si sarebbe goduta la cortina, il drappo che copriva il letto nuziale: sposandosi in quei mesi, si diceva, sarebbe morta presto. Era un proverbio cupo per due dei mesi più belli dell’anno.
Il raglio degli asini
Nelle Marche di maggio non si celebravano nozze perché «de maju ce raja l’asini», a maggio ragliano gli asini. Era una battuta da contadini, che faceva ridere proprio perché non pretendeva di predire nulla.
Perché succede in natura
Già il poeta latino Ovidio, nei Fasti, riportava un detto del popolo romano secondo cui a maggio si sposavano solo le donne cattive, perché in quel mese cadevano i Lemuria, giorni dedicati ai morti. Per le famiglie contadine, poi, maggio era un mese di lavoro intenso nei campi, poco adatto alle feste.
Che cosa dicono le credenze popolari
Romagna
In Romagna, nel fissare il matrimonio, si escludeva il mese di maggio, perché si credeva che gli sposi di quel mese diventassero pazzi; si evitavano anche tutti i venerdì dell’anno, temendo un sinistro evento.
Fonte: Michele Placucci, Usi e pregiudizj dei contadini della Romagna (1818), a cura di G. Pitrè (1885), p. 45. Vedi la pagina
Caluso (Piemonte)
A Caluso le nozze non si celebravano mai nel mese di maggio, ritenuto nefasto agli sposi.
Fonte: Gaetano Di Giovanni, Usi, credenze e pregiudizi del Canavese (1889), p. 47. Vedi la pagina
Palermo
A Palermo si ripeteva: «La spusa agustina o majulina ’un si godi la curtina», cioè la sposa d’agosto o di maggio muore presto, senza godersi il padiglione del letto nuziale.
Fonte: Gaetano Amalfi, Tradizioni ed usi nella penisola sorrentina (1890), p. 26. Vedi la pagina
Isnello (Sicilia)
A Isnello si credeva che un matrimonio contratto nel mese di maggio portasse malanni e sterilità.
Fonte: Cristoforo Grisanti, Usi, credenze, proverbi e racconti popolari di Isnello (1899), p. 147. Vedi la pagina
Marche
Nelle campagne marchigiane le nozze si celebravano per lo più in ottobre, dopo la mietitura e la vendemmia; di maggio non se ne facevano, perché «de maju ce raja l’asini».
Fonte: Domenico Spadoni, Alcune costumanze e curiosità storiche marchigiane (1899), p. 29. Vedi la pagina
Per riflettere
Quale tua regola, che chiami principio, nasce in realtà da una comodità?