Everyday Omens

Farfalla in casa

Nella penisola sorrentina una farfalla che entrava in casa portava buone nuove. In Sicilia, quando entrava la sfinge grigia detta «uccellino della buona nuova», si chiudevano le imposte per trattenerla.

Che cosa può significare

A Palermo, quando entrava in casa la piccola sfinge color miele, la si accoglieva con festa e si chiudevano le imposte perché non uscisse più, dicendole: «Nella tua bocca latte e miele, nella mia casa salute e bene». Di solito, davanti a una buona notizia, la lasciamo passare in fretta. Qui la si tratteneva. Chiudere le imposte, in quel gesto palermitano, voleva dire fare spazio a una gioia invece di guardarla ripartire subito.

A seconda di come l’hai visto

Una sfinge che sembra un colibrì

La sfinge del galio vola sospesa davanti ai fiori dei balconi come un colibrì, con un ronzio leggero. In Sicilia era l’«acidduzzu di bona nova»: grigia o color miele, portava buone notizie; scura, era di cattivo augurio e la si faceva uscire aprendo le imposte.

Una vanessa rossa e nera

Nel Bellunese le farfalle più rispettate erano quelle grandi a macchie rosse, le vanesse. D’autunno capita di vederle posate sui frutti troppo maturi o sui muri caldi di casa, a prendere l’ultimo sole.

D’inverno, ferma su una parete

Alcune farfalle, come la vanessa io, passano l’inverno immobili in soffitte, cantine o angoli di casa, con le ali chiuse, e ripartono con le prime giornate tiepide. Ospitarne una fino alla primavera, senza saperlo, è uno dei piccoli favori che una casa fa al mondo di fuori.

Perché succede in natura

Le farfalle arrivano in casa seguendo la luce o cercando riparo dal caldo e dal freddo. Alcune specie svernano negli edifici e si risvegliano con le prime giornate tiepide. Altre, come la sfinge del galio, visitano i fiori dei balconi e scivolano dentro dalle finestre aperte.

Che cosa dicono le credenze popolari

Campania

Nella penisola sorrentina si credeva che una farfalla che entrava in casa recasse buona nuova, specie se era una vaccarella di San Bartolommeo, che non si doveva mai uccidere; a Tegiano la stessa virtù si attribuiva al purcieddu di Sant’Antonio.

Fonte: Gaetano Amalfi, Tradizioni ed usi nella penisola sorrentina (1890), p. 205. Vedi la pagina

Sicilia

In Sicilia la sfinge del galio era detta acidduzzu di bona nova: se grigia o color miele era di buon augurio e, quando entrava in casa, si chiudevano le imposte per trattenerla; quella nera si faceva uscire aprendo le imposte.

Fonte: Giuseppe Pitrè, Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, vol. III (1889), p. 334–335. Vedi la pagina

Porticello (Sicilia)

A Porticello si diceva che, se questa farfalla ronzava vicino all’orecchio destro, recava una buona nuova; se ronzava quattro volte intorno lasciando come un tintinnio all’orecchio sinistro, era cattivo presagio.

Fonte: Giuseppe Pitrè, Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, vol. III (1889), p. 335. Vedi la pagina

Belluno (Veneto)

Nel Bellunese le farfalle non si dovevano uccidere; le più buone e rispettate erano quelle grandi a macchie rosse, le vanesse.

Fonte: Angela Nardo Cibele, Zoologia popolare veneta, specialmente bellunese (1887), p. 112. Vedi la pagina

Per riflettere

Che cosa di buono è arrivato di recente, e hai fatto spazio perché restasse?